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Quanto guadagna un tatuatore: prezzi, percentuali e costi del mestiere

Redazione VIS · 3 novembre 2026 ·5 min di lettura

“Quanto guadagna un tatuatore?” è una delle domande che arrivano più spesso a chi sta pensando di fare di questa passione un lavoro. La risposta onesta è che non esiste una cifra unica: tra chi ha appena finito il corso e chi ha la lista d’attesa piena passano differenze enormi. Quello che si può spiegare, invece, è come si forma il guadagno: da dove arrivano i soldi, quanta parte resta in tasca e cosa lo fa crescere nel tempo.

Le cifre che circolano, e perché vanno prese con cautela

Online si trovano stime molto diverse tra loro: alcune fonti parlano di poco più di mille euro netti al mese per chi è all’inizio, altre di redditi annui che superano i 40.000 euro per i professionisti affermati. Sono numeri da leggere con prudenza, per due motivi:

  • quasi tutti i tatuatori in Italia lavorano in proprio, con partita IVA, e il loro reddito cambia molto da un anno all’altro;
  • spesso si confonde il prezzo pagato dal cliente con il guadagno netto: tra i due ci sono la quota dello studio, i materiali, le tasse e i contributi.

Per questo ha più senso guardare i meccanismi che non le medie.

Come si stabilisce il prezzo di un tatuaggio

Ogni studio ha il suo listino, ma le formule sono quasi sempre tre.

Il minimo. È la cifra sotto cui non si lavora, anche per un tatuaggio piccolo: copre il tempo di preparazione, il materiale monouso e la sterilizzazione, che costano uguale per una scritta o per un pezzo più grande.

La tariffa oraria o a seduta. Per i lavori medi e grandi si ragiona a ore o a sedute (mezza giornata, giornata intera). È la formula più comune per i progetti che richiedono più appuntamenti.

Il prezzo a progetto. Per un lavoro su misura il tatuatore valuta disegno, dimensioni, zona del corpo e complessità, e propone una cifra complessiva.

A fare la differenza sono soprattutto l’esperienza, lo stile (un realistico a colori richiede molte più ore di un lettering), la città e la reputazione: un artista riconosciuto per uno stile preciso può chiedere tariffe più alte, perché il cliente cerca lui e non “un tatuatore”.

Quanto resta davvero: studio, collaborazione o studio proprio

La stessa cifra pagata dal cliente si traduce in guadagni molto diversi a seconda di come si lavora.

In collaborazione con uno studio (resident). È la formula più diffusa per chi inizia. Il tatuatore lavora negli spazi di uno studio e gli lascia una percentuale di ogni lavoro: in cambio ha la postazione, la clientela che arriva in negozio, la reception, la sterilizzazione e la visibilità del marchio. La percentuale si concorda caso per caso e di solito migliora man mano che il tatuatore porta clienti propri.

Come guest artist. Molti tatuatori passano periodi in studi di altre città o di altri Paesi. È un modo per farsi conoscere da un pubblico nuovo: anche qui si lavora a percentuale, spesso con lavori già prenotati prima di arrivare.

Con uno studio proprio. Si incassa l’intero prezzo, ma si pagano anche affitto, utenze, arredi, autoclave, assicurazione e, se ci sono, i collaboratori. Si guadagna di più solo se l’agenda è piena: i primi anni sono spesso i più difficili.

I costi che non si vedono

Dal fatturato vanno tolti i costi del mestiere:

  • materiali: aghi e cartucce, inchiostri, guanti, pellicole, prodotti per l’igiene, tutto rigorosamente monouso o sterilizzato;
  • attrezzatura: macchinette, alimentatori, lettino, illuminazione, tablet per il disegno;
  • tasse e contributi: chi tatua in proprio apre la partita IVA, spesso nel regime forfettario, e versa i contributi previdenziali. Per i dettagli serve un commercialista, che è a sua volta una voce di spesa;
  • formazione e aggiornamento: il corso igienico-sanitario richiesto dalla Regione, gli aggiornamenti dove previsti, le masterclass, le convention.

Le fasi di una carriera

Il guadagno cambia soprattutto con il tempo.

  1. La formazione. Si impara il disegno, la tecnica, l’igiene, e si ottengono i titoli richiesti per lavorare. È la fase in cui si investe.
  2. I primi anni in studio. Si lavora in collaborazione, si costruisce il portfolio, si accettano anche lavori meno interessanti per fare pratica e farsi conoscere.
  3. Lo stile riconoscibile. Quando le persone arrivano chiedendo proprio il tuo lavoro, puoi scegliere i progetti e alzare le tariffe.
  4. La scelta. C’è chi apre uno studio, chi diventa guest richiesto in giro per l’Europa, chi affianca al tatuaggio l’insegnamento o le collaborazioni artistiche.

Cosa fa crescere il guadagno

  • Un portfolio curato, con foto di qualità di lavori guariti, non solo appena fatti.
  • Uno stile preciso, invece di saper fare “un po’ di tutto”.
  • La presenza online: Instagram è oggi la vetrina principale di quasi ogni tatuatore.
  • La clientela fidelizzata: chi esce contento da un tatuaggio spesso ne fa un secondo, e lo racconta agli amici.
  • Le convention e i guest spot, che allargano il pubblico oltre la propria città.
  • Il disegno: chi disegna bene i progetti su misura può chiedere di più rispetto a chi riproduce immagini trovate online.

In sintesi

Il tatuatore è un lavoro autonomo, con entrate che dipendono da quante ore si lavora, da quanto vale il proprio nome e da come si gestiscono i costi. All’inizio si guadagna poco e si investe molto; chi costruisce uno stile riconoscibile e una clientela fedele può arrivare a vivere bene di questo mestiere.

Se stai valutando di iniziare, sul blog c’è una guida completa su come diventare tatuatore e una su cosa serve nel kit per iniziare a tatuare. Per formarti con chi questo lavoro lo fa ogni giorno, trovi il corso Tattoo e la Triennale Tattoo di VIS, oppure puoi passare all’Open Day per vedere lo studio e parlare con gli artisti.

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